PERCHÈ LA CRISI NON E’ FINITA

L’ultimo libro di Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti che nel 2006 aveva denunciato che erano mature le condizioni dell’accadere di una grave crisi finanziaria, si intitola “La crisi non è finita”. Innanzitutto perché il processo di deleveraging, forse, è appena iniziato. Vale a dire quel processo di riduzione “dell’investimento a debito”, che ha portato a quell’enorme bolla finanziaria che abbiamo chiamato “crisi subprime”.
Inoltre il debito non ha fatto che trasferirsi dalle istituzioni finanziarie agli Stati, sotto forma di incremento di debito pubblico, che, in rapporto al Pil, è passato mediamente a livello mondiale dal 70% al 120%. In primo luogo perché gli Stati si sono fatti carico del salvataggio delle banche. In secondo luogo perché il biennio di recessione 2008-2009 ha comportato una riduzione delle entrate fiscali e della crescita, la cui grandezza rende sostenibile l’indebitamento pubblico.
A questo punto gli Stati europei, finiti nell’occhio del ciclone della speculazione finanziaria, stanno perseguendo una pericolosa politica di risanamento (quelli che Krugman chiama “i falchi del disavanzo”) tagliando la spesa pubblica e/o aumentando le tasse. “Pericolosa” perché in questo modo si rischia di stroncare sul nascere quel poco di ripresa che ha caratterizzato il primo semestre 2010.
L’alternativa è emettere molti titoli di Stato, un altro modo di stampare moneta, con il rischio di dar luogo a importanti fenomeni inflazionistici. Ciò ridurrebbe il valore “reale” dei debiti pubblici, ma implicherebbe anche una diminuzione del potere d’acquisto dei salari con evidenti gravi conseguenze sociali oltre che economiche.
È evidente allora che un riequilibrio dei conti pubblici che salvaguardi le prospettive di crescita delle economie è un sentiero assai stretto. Si tratta, infatti, di trovare un trade off equilibrato tra sviluppo e risanamento. Questo può essere più facilmente perseguito prevedendo un aggiustamento valutario, ossia una controllata svalutazione dell’euro (che, non dimentichiamolo, nel 2002 era 0,82 contro dollaro), che dia fiato alle economie europee, ora invece costrette nella morsa del solo aggiustamento fiscale.
L’Eurozona ha dunque di fronte a sé un sentiero difficile anche se non impossibile da percorrere, ma a una condizione: mettere sotto controllo i mercati finanziari che, come già stanno facendo, perseguendo i loro obiettivi speculativi, finiscono per porre ostacoli, se non vere e proprie trappole, sul cammino del risanamento.
Dopo solo pochi mesi dal suo insediamento il Presidente Roosvelt aveva posto alla base del suo New Deal un’importante regolamentazione dei mercati finanziari.
Oggi, a distanza di ormai tre anni dallo scoppio della crisi subprime (la cui data ufficiale di nascita risale al 9 agosto 2007), come dimostra in proposito l’esito assai deludente dell’ultimo G20 svoltosi in Corea del Sud, non siamo riusciti a produrre se non qualche parziale ed isolato provvedimento di riforma dell’operare dei mercati finanziari.
Qual è il prezzo sociale ed economico che dovremo ancora pagare per mettere sotto controllo un sistema finanziario che rischia ogni giorno di implodere a causa delle sue stesse speculazioni, ma in grado di trascinare con sé l’intera economia mondiale?

Alberto Berrini
Articolo pubblicato sul numero di luglio/ agosto della rivista Valori

 

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