Cambiamo gioco

articolo pubblicato sul quaderno speciale di Limes "L'EURO SENZA EUROPA"

http://temi.repubblica.it/UserFiles/limes/Image/Copertine/QS_110_copertina_280.jpgDue anni dopo l'esplosione della crisi finanziaria mondiale, tutto sembra tornare come prima, o quasi. Le proposte della Commissione nominata dalle Nazioni Unite e presieduta da Joseph Stiglitz aprono prospettive nuove. Nel segno dell'equità geopolitica e sociale.

Leggendo la letteratura che germoglia generosa da un paio d’anni intorno a quella che viene definita la peggiore crisi finanziaria dopo il crack del ’29 prevale un senso di disagio. A chi opera nel mercato del credito e della finanza e ne conosce i meccanismi appare esercizio inutile continuare a ricercare cause e prevedere effetti procrastinando soluzioni efficaci e sensate. Da molte parti viene puntato il dito sui responsabili della crisi: il sistema stesso, la deregulation degli anni ’80 e il suo revival durante l’era Bush, i governi che non hanno saputo prevedere e che non si sono assunti le responsabilità. Sono stati evidenziati la scarsa efficacia dei sistemi di regolamentazione nazionali su finanza, concorrenza e corporate governance, ma anche i limiti degli accordi internazionali confezionati dalle principali istituzioni finanziarie globali destinati ad assicurare stabilità economica e finanziaria – come ad esempio le politiche di incentivazione della pro-ciclicità. E’ oramai evidente e ammesso che la rapidità di certi interventi è la sola garanzia, ad oggi, di un impatto efficace dovendo scontare l’incertezza del coordinamento globale e l’effetto domino dell’instabilità di certi mercati e di certe politiche.
Serve una roadmap per una risposta globale coordinata, un imperativo alla luce dei dati poco confortanti che girano negli ambienti istituzionali, delle analisi che ne derivano, dall’osservazione della realtà.

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“Una crisi causata dall’uomo, che non può essere licenziata come fenomeno puramente economico e le cui soluzioni devono essere di lungo termine, profondamente riformatrici del sistema e decise nel più ampio quadro di riferimento, come il G192. Se dobbiamo vivere in pace e sicurezza su questo pianeta, ci deve essere un modicum di giustizia sociale e solidarietà tra i cittadini del mondo. Dobbiamo essere capaci di lavorare insieme per proteggere il pianeta dai rischi del cambiamento climatico, di aiutarci l’un l’altro in casi di crisi globali come quella che stiamo affrontando, e promuovere crescita economica e stabilità nel lungo periodo. Possiamo gestire la globalizzazione in modo da rilanciare il benessere dei cittadini del mondo? noi crediamo di si.”(1).
Questo il solco nel quale si muove la Commissione voluta, nel dicembre 2008, dal 63° presidente dell’Assemblea Generale della Nazioni Unite, Miguel D’Escoto per proporre una risposta globale ad una crisi globale. Mentre infatti viene riconosciuto che l’impatto della crisi nata negli Usa è mondiale, i governi dei paesi occidentali si muovono tra i G2 e i G20 trascurando di includere nelle riflessioni e nelle decisioni che, proprio come la crisi riguarderanno tutti, il resto del mondo. Una leggerezza che D’Escoto ha voluto stigmatizzare, creando la Commissione, presieduta dal Nobel Joseph Stiglitz, di Esperti sulla Riforma del Sistema Monetario e Finanziario Internazionale, con rappresentanti di economie emergenti e sviluppate, individui e istituzioni, attivisti e intellettuali della società civile e dei movimenti sociali, accademici ed esperti indipendenti provenienti da tutto il mondo. I comunicati dei vertici internazionali degli ultimi diciotto mesi hanno riconosciuto che la responsabilità della crisi è dei grandi attori della finanza mondiale, e che gli impatti più gravi ricadono sui Paesi più poveri. Per quattro motivi, ricorda il Rapporto finale della Commissione: i cittadini di quei paesi hanno poche risorse per affrontare una simile crisi; soffrono già per la mancanza di stabilizzatori automatici a causa della natura primitiva dei loro sistemi fiscale e di welfare; non possono attivare politiche fiscali anticicliche perché con un gettito fiscale ridotto a causa della crisi, non riescono a finanziare la spesa pubblica e non riescono a prendere in prestito denaro dai mercati finanziari; l’integrazione dei loro mercati con il resto del mondo, soprattutto quello sviluppato, agisce in maniera perversa perché gli operatori stranieri stanno rimpatriando i capitali con i quali li avevano inondati. Essi sono quindi costretti a indebitarsi proprio con i mercati finanziari internazionali emettendo obbligazioni che aumentano il loro debito pubblico. E in una situazione di grave volatilità, i titoli di stato delle economie più deboli sono considerati ad alto rischio ed essi devono quindi garantire altissimi tassi di interesse per riuscire a collocarli. Secondo una ricerca della rete europea Eurodad, il tasso di interesse sui titoli di Stato per le economie emergenti è passato da una media del 6,4% prima della crisi, all'11,7% di qualche mese fa.
Le crisi, secondo la Commissione, non portano al fallimento del sistema. E’ il sistema stesso la causa dei fallimenti. Le crisi hanno solitamente effetti algebrici e dilazionati nel tempo sugli standard di vita dei poveri: come le cluster bombs, essi scoppiano anche molto dopo la fine della crisi. E’ da questa considerazione che si snodano le raccomandazioni di Stiglitz e degli altri esperti che cercano di dare voce, sostanza e visibilità alle richieste e alle proposte di 192 paesi.
Il dibattito che si svolge a partire da marzo 2009 e continua ancora oggi, stimolato dal Palazzo di Vetro, è ricco in spunti e visioni. Dall’Africa all’Asia, passando per l’Equatore, la parola e le riflessioni superano le frontiere trasformandole in biodiversità sociale ed economica. Benno Ndulo, governatore della banca centrale tanzanese, denuncia che l’Africa rischia di tornare indietro di 10 anni, con un crollo del tasso di crescita al 3% dopo avere oscillato tra il 5 e il 10%. E, a peggiorare il quadro, i paesi che più degli altri risentono della crisi sono quelli delle aree regionali di maggior sviluppo come l’Egitto, il Sudafrica, l’Algeria e la Nigeria, punite perché particolarmente attive nell’integrazione economica. Il governatore della Fed indiana, Venugopal Reddy, sostiene che ogni paese deve avere il diritto di elaborare un piano di riforma adatto alle proprie specificità. Serve senz’altro uno sforzo di coordinamento ma non per unificare o uniformare. Il rappresentante del Sudan reclama la creazione di fondi regionali, ritenendo un FMI non riformato il garante del “tutto cambia perché nulla cambi”. E a proposito di attori del mercato che rispettino criteri minimi di responsabilità sociale, come richiesto nelle raccomandazioni della Commissione, ne sottolinea la debolezza laddove non si introducono criteri di equità nel nuovo regime di regole. E la questione dei regolamenti sta a cuore a molte delegazioni, compresa quella giamaicana che vede nell’istituzione di un regime “rinforzato”, in discussione su vari tavoli internazionali, un aiuto agli attori finanziari screditati ad esercitare pressioni su paesi più fragili. Il ministro economico dell’Equateur sottolinea la necessità di riformare le istituzioni finanziarie affinché, oltre a beni e servizi, producano anche senso. Quel senso andato smarrito agli occhi dei genitori che perdendo il lavoro a causa di altri non possono più nutrire i loro figli. La crisi è frutto dell’esacerbazione di un mondo che ha privato gli uomini della capacità di controllare il proprio destino. Al fianco delle economie emergenti sta la Cina che, leader nel gruppo dei 77, chiede maggior cooperazione economica per sconfiggere la crisi e prevenirne altre, in coerenza con la sua “colonizzazione” decennale dei mercati in via di sviluppo.
La Commissione D’Escoto ha ascoltato anche la società civile organizzata invitando alcuni organismi a formulare proposte (lo ha fatto anche Banca Etica, attraverso la sua Fondazione). Sono stati introdotti così i temi dell’inclusione finanziaria (i bailout hanno causato disastrosi tagli nella spesa sociale), della trasparenza, l’ascolto delle reti sociali locali, una proposta di riforma di Basilea II che preveda un regime specifico per le imprese sociali e le cooperative (il cui accesso al credito è oggi penalizzato) e la considerazione dell’impatto sociale e ambientale nel risk assessment delle aziende. Le riforme, viene ribadito, non devono fermarsi alle regole finanziarie ma devono riguardare la governance delle imprese, introdurre meccanismi capaci di prevenire comportamenti perversi, assicurare sistemi di controllo efficaci e tempestivi. Ci sono delle attività che non devono essere regolamentate ma direttamente vietate alla maggior parte degli operatori finanziari. Sostanziale accordo c’è intorno alla richiesta della Commissione di una maggiore trasparenza nel rispondere alla crisi, rafforzando, per esempio, principi democratici come la partecipazione ai processi decisionali. Molti governi hanno avviato azioni poco trasparenti, si dice, affidandosi alle banche centrali, che hanno scarsa accountability; esse hanno introdotto misure a sostegno della istituzioni finanziarie, senza l’approvazione dei parlamenti, esponendo i contribuenti a notevoli rischi.

Un accesso al credito più democratico e più rappresentativo, un nuovo sistema globale di riserve meno imprevedibile di quello a moneta unica e un organo mondiale di coordinamento delle politiche economiche sono tra le soluzioni imprescindibili alla crisi che scuote il mondo, dicono gli esperti di D’Escoto.
E mentre si discute già sui tavoli politici del possibile organo di coordinamento – un FMI riformato oppure un FME (Fondo Monetario Europeo), un Consiglio Economico dell’ONU o organismi regionali interconnessi – al necessario rinnovamento del sistema globale di riserve è dedicato un ampio dibattito che trova eco in anni di discussioni e paper accademici e istituzionali che non hanno ancora prodotto nulla di concreto, probabilmente perché è questa la vera riforma di impatto globale. A livello macro, infatti, lo sviluppo della crisi può trovare radicamento negli squilibri monetari e, viceversa, una sua soluzione deve occuparsi dell’ingiustizia – l’accumulazione di riserva dei paesi in via di sviluppo è in pratica un prestito a tassi bassissimi ai paesi sviluppati - e dell’instabilità causata dall’attuale sistema di riserve. Un’instabilità dovuta a un tasso flessibile di cambio tra le principali valute che ha sclerotizzato anche l’incapacità di garantire la piena occupazione – per effetti deflazionistici dovuti all’aumentata pressione sui paesi in deficit obbligati all’aggiustamento dei loro squilibri nei pagamenti. Nonostante però la concorrenza delle monete nazionali e regionali, il dollaro mantiene un ruolo dominante – di cui ovviamente Geithner, il ministro economico di Obama, difende la solidità e la legittimità. Ma un dollaro che resta moneta di riferimento con un’economia americana il cui peso va ridimensionandosi anche per la nascita dell’euro – nonostante le economie che lo sostengono siano tra loro differenziate e difficilmente riconducibili ad unità - e la crescita rilevante di peso della Cina e del suo yuan, fanno pensare ad un prossimo, imminente cambiamento. Fallire in questa innovazione metterebbe a repentaglio le prospettive per un sistema monetario e finanziario internazionale stabile, necessario a sostenere il ritorno ad una crescita equilibrata e solida. L’idea di un sistema di riserve sovranazionale è di quelle sempreverdi, e la espresse per primo Keynes nel 1930, parlando di una valuta emessa da una banca sovranazionale. Oggi, le proposte sul tavolo sono discrete in numero e dense in analisi, andando dalle modalità di amministrazione del sistema globale a come allocare le emissioni della nuova valuta fino a come gestire il passaggio al nuovo sistema. Una valuta di riserva globale dovrebbe regolare la creazione di liquidità e mantenere una certa stabilità macroeconomica. E risolvere il cosiddetto Triffin dilemma per il quale la nazione che emette la valuta riconosciuta come riserva mondiale, stampando moneta per garantire un livello adeguato di liquidità, si ritrova con un deficit delle sue partite correnti. L'eccesso di passività emesse finisce inevitabilmente – è solo una questione di tempo - per minare la fiducia nella valuta stessa. Il mondo si ridurrebbe così ostaggio dei cicli di fiducia nella valuta di riserva, un fenomeno evidente nelle oscillazioni del valore reale del dollaro degli ultimi quattro decenni.
Escluso quindi il ricorso ad un’altra moneta nazionale o regionale (lo yuan cinese non ha dietro mercati e capitali sufficientemente liberalizzati, mentre l’euro ha mostrato con la crisi greca tutta la sua debolezza) tra le ipotesi più quotate, c’è la valorizzazione degli SDR - Special Drawing Rights - denominati anche paper gold perché avrebbero dovuto rimpiazzare l’oro nelle transazioni internazionali. Creati negli anni ’60 come unità monetaria che doveva esprimere il valore delle riserve del FMI, potrebbero rappresentare un sistema che garantisce una gestione più stabile della liquidità: gli SDR, con emissioni regolari e ciclicamente riequilibrate al volume delle riserve accumulate, equivarrebbero ad una valuta emessa dall’insieme delle economie e potrebbero presentare elementi di maggiore equilibrio evitando le idiosincrasie dell’economia dominante.

Come la luna influenza le maree, così la Commissione Stiglitz, come viene comunemente definita, ha esercitato una certa influenza sulle delibere degli Stati Membri (dopo aver superato alcune resistenze interne che ne descrivevano come debole la capacità di elaborazione) forzando il dibattito ad uscire dalle preoccupazioni più superficiali per rivolgersi a temi strutturali. Le Nazioni Unite garantiscono un approccio globale, una visione egualitaria, soluzioni universali che risolvano le asimmetrie del sistema: il suo merito, rispetto ad altri tavoli impegnati in discussioni simili – l’European Systemic Risk Board, l’US Financial Services Council, il Financial Stability Board e il Comitato di Basilea - è l’aver messo l’accento sia sui bisogni dei poveri del Sud che su quelli del Nord. “Idee come queste sono sostenibili se se ne parla. Noi stiamo creando lo spazio per la discussione” sostiene la Commissione. Già ai tempi della crisi asiatica, alla fine degli anni ’90, si discusse della necessità di riforme rapide dell’architettura finanziaria globale proprio per evitare nuove crisi. Quella asiatica passò in fretta e lasciò immutato il sistema, con gli effetti che oggi conosciamo. Una lezione di cui tener conto questa volta.

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A quasi due anni dalla sua esplosione tutto sembra in linea con il business as usual: i manager difendono i loro bonus, le finanziarie speculano sulla crisi, i broker scommettono sulle monete in difficoltà, le banche fanno carry trade e impacchettano derivati, gli speculatori fanno lo sgambetto agli stati vulnerabili. Insomma la finanza, non regolata, continua la sua corsa esiziale e la cura dimagrante che avrebbe dovuto fare la sta imponendo ai governi, ai cittadini e alle istituzioni. Le bolle continuano a ingrossarsi e il caso di Dubai, della Grecia, la fragilità dei Pigs, i bilanci degli operatori finanziari molto poco trasparenti mostrano che l’ubriacatura ancora non è finita e che servono meccanismi di governance globale. Anche non prevederli e non prevenirli può essere una scelta per lasciare spazio alla possibilità che si sviluppino dinamiche di instabilità. Sono molte le forze che operano per obiettivi contrastanti in questa crisi.

Mentre gli effetti della crisi mordono e si esauriscono le risorse destinate agli ammortizzatori sociali – l’Ufficio Bilancio del Congresso americano ha annunciato che la disoccupazione comincerà a diminuire solo a metà decennio, i dati ILO parlano di 30 milioni di disoccupati in più del 2007 nei paesi poveri - i governi, quasi tutti, cercano di convergere su posizioni che ne salvino la sovranità nazionale, rendano giustizia alle vittime non responsabili – soprattutto i cittadini dei loro paesi – e aiutino a creare le condizioni per una exit strategy condivisa, sostenibile e sufficientemente visibile nell’immediato per essere accettata e tradotta in consenso.
Pochi e poco strutturati, alcuni impegni sono stati presi. Essi mirano a promuovere una maggiore spesa fiscale, riforme dei regolamenti e assistenza ai paesi in via di sviluppo. Gli ambiti regolamentari nei quali occorre intervenire rapidamente sono stati identificati: tra essi, un ampliamento del perimetro di applicazione delle regole riferite agli operatori finanziari che oggi è troppo limitato ed esclude le banche di investimento e gli hedge funds; normative stringenti per i derivati trattati nei mercati over the counter; misure per rafforzare la capitalizzazione delle banche e introdurre una severa regolamentazione della liquidità che limiti l’utilizzo di un eccessivo “effetto leva”; una combinazione tra le regole di Basilea e quelle contabili - IAS - che agiscano da antidoto alla pro-ciclicità; una migliore regolamentazione delle agenzie di rating nell’ottica di ridurre i conflitti di interesse, che si verificano quando lo stesso soggetto esercita attività di ricerca, di assegnazione di rating e poi anche di collocamento di prodotti finanziari; politiche retributive per i manager che non favoriscano logiche speculative.
Anche il FSB propone la revisione di Basilea 2 e degli IAS, insiste sulla necessità di un maggiore peso della vigilanza sovranazionale e sul limite da dare ai compensi dei manager. Ma tutto ciò che impatto può avere? L’incisività è garantita dall’adozione di pari regole da parte di tutti gli stati. Alcune attuali evidenze non sono molto incoraggianti giacché si registrano differenti gradi di reattività nel recepimento delle normative anche all’interno dell’Unione Europea.
Negli Stati Uniti intanto, lasciate alla spalle le fatiche della riforma della sanità, Obama riprende la battaglia sulla riforma finanziaria. I contenuti sono nel complesso gli stessi in circuito a livello internazionale ma con un accento sulla distinzione tra banche commerciali (con attività “retail”) e banche d’investimento, con divieto all’una di fare ciò che è riservato all’altra; altra idea forte del Governo americano è quella di una tassa per le grandi banche per recuperare almeno parte dei fondi pubblici riservati alle stesse per uscire dalla crisi. Inoltre Obama è intervenuto più volte per dire quanto sia necessaria l’introduzione di un limite ai bonus dei manager. L’opposizione alle sue proposte è forte. E sulla tassa alle banche si stanno allineando molti governi europei, che la preferirebbero ad una tassa sulle transazioni finanziarie, altra proposta che sta veleggiando anche sulle ali di una campagna internazionale della società civile per approdare al tavolo dei G20 riuniti in Canada a giugno.

A marzo scorso, parlando al Comitato Economico e Monetario del Parlamento Europeo in qualità di presidente del FSB, Draghi sosteneva che sebbene i morsi della crisi si fossero allentati, elementi di fragilità sarebbero ancora presenti in vari settori del sistema finanziario e i rischi, dovuti alla cattiva qualità del credito, molto vivi. Necessario quindi poter contare per i prossimi anni su una rinnovata capacità del settore bancario di svolgere correttamente il proprio ruolo nell’economia.
E quale sia il compito delle banche lo sappiamo bene tutti ormai: rimettere al centro il credito – che è l’aria che respirano i mercati - per sostenere le persone, le loro idee imprenditoriali e gli investimenti delle imprese. In altre parole, sostenere l’economia reale. Va risolto un assioma assai scomodo che trova sintesi nel “too big to fail”: banche ed imprese divenute talmente grandi da tenere sotto scacco intere nazioni tanto da costringerle all’utilizzo di risorse pubbliche per evitare fallimenti che potrebbero avere pesanti ripercussioni sociali. Questo rischio di moral hazard, rafforzato dal consolidamento delle istituzioni finanziarie più grosse con i bailout, obbliga ad una seria riflessione perché in mancanza di un orientamento responsabile gli operatori economici, tanto più grandi sono tanto più potrebbero essere spinti a scelte spregiudicate, rafforzati in questo dalla consapevolezza che qualora si presentino delle difficoltà gli Stati si troverebbero costretti ad intervenire.

Secondo Trichet, presidente della Banca centrale Europea, “una riforma finanziaria deve assicurare un rinnovato collegamento all’economia reale. La caratteristica delle crisi finanziarie è una caduta di fiducia e, in questa crisi c’è stata una globale caduta di fiducia che ha permeato il mondo quasi nello stesso momento”.
Ma è possibile riportare fiducia nei mercati e tra la gente con delle regole? Sarà ordinando la complessa materia di controlli e controllori che si riuscirà a recuperare quella preziosa componente emotiva e relazionale che permette all’economia di funzionare anche in condizioni di stress e di difficoltà? Dati i notevoli costi sociali ed economici della crisi non ci possiamo permettere risultati umili. Prima di parlare di exit strategy bisognerebbe capire dove siamo, che cos’è capitato. E ancor più dove si vuole andare perché l’impressione è che continuiamo a girovagare come in un labirinto. Prima di parlare delle regole, andrebbe chiarito l’obiettivo di tali regole, quale modello di economia, di finanza, di società si vuole disegnare. Il susseguirsi di bolle mette in evidenza che non siamo capaci di creare un sistema economico stabile che garantisca la protezione dei più vulnerabili; non siamo capaci di tradurre i vantaggi della globalizzazione in benessere comune e attenzione ai diritti fondamentali delle persone. E se le regole proposte navigheranno nel mare agitato e controverso del disequilibrio economico, finanziario e politico globale avranno le stesse possibilità di successo che ha una piccola imbarcazione di uscire indenne da una tempesta in mezzo all’oceano. Non basta cambiare le regole. Serve cambiare il gioco.
Il nuovo gioco deve mettere al centro le “questioni” vere: uno sviluppo equilibrato dove trovino spazio la giustizia e la solidarietà che non eluda la trattazione della questione climatica, sintesi di tutti gli elementi fondamentali (demografia, energia, democrazia economica). Le teorie economiche mainstream ma anche le politiche messe in atto hanno ignorato – o non previsto - non solo i danni che oggi rendono inefficace qualsiasi tentativo di ristabilire uno status quo ante ma anche tenuto a bada le proposte alternative, liquidando come velleitarie e naives, le politiche della sostenibilità e le esperienze economiche innovative nate per mostrare che può esistere un modello di sviluppo differente da quello imperante. E’ il momento di recuperarne il valore sociale e la sostenibilità economica, che nello specifico del sistema finanziario significa orientare il suo operato verso due obiettivi: una corretta allocazione dei capitali e la gestione del rischio.

D’Escoto ricorda come: “la nostra economia globale è solo una delle possibili economie e, a differenza delle leggi della fisica, abbiamo opzioni politiche per determinare quando, dove e fino a che punto si debba lasciare spazio alle cosiddette leggi del comportamento economico”.
Le soluzioni, a nostro avviso, devono essere cucite sulle vittime della crisi: è a loro, cioè ai paesi più poveri del pianeta, ai lavoratori e ai risparmiatori di quei paesi ma anche a quelli dei nostri, delle economie sviluppate che bisogna dare risposte e subito. Perché la guerra tra i poveri è sempre in agguato, anzi prospera sotto le macerie dell’etica e della responsabilità, valori latitanti nei luoghi decisionali dell’economia e della politica mondiali.

Articolo di Paola Ferrara e Mario Crosta

(1) Report of the Commission of Experts of the President of United Nations General Assembly on Reforms of the International Monetary and Financial System, September 2009