Economie dal basso. E la crisi?
Inevitabile partire dall'attuale crisi economica. Rispetto a questa è doveroso distinguere, per quanto possibile, le cause (eminentemente finanziarie), le manifestazioni (ciò che vediamo e leggiamo nei mass media) e le conseguenze, di cui sappiamo poco. Comunque, si parla di maggiore disoccupazione, alta mortalità delle imprese e contrazione dei consumi. A questo livello bisogna capire chi paga di più lo scotto, perché la stratificazione dell’economia è molto forte. Qualcuno di sicuro con la crisi ci guadagna.
Anche se le conseguenze non sono chiare, le misure dei governi sono già partite. In primo luogo, si è voluto mitigare la crisi finanziaria, aiutando le banche in bilico e rassicurando i risparmiatori.
Si parla poi di aiuti ai consumi (sgravi fiscali per l’acquisto di certi prodotti) e di incremento
degli ammortizzatori sociali per i lavoratori che perderanno il lavoro. Aiuti diretti alle imprese industriali sembrano meno abbordabili per gli alti costi per le casse pubbliche. Non manca chi insiste sul mantenere un profilo molto selettivo: aiuti solo alle imprese che innovano o che attuano misure ecocompatibili.
Tutte queste iniziative lasciano inalterate due questioni: l’organizzazione gerarchica del lavoro e la libertà di produrre e consumare quanto e cosa piace. Si potrà dire che non è il caso di mettersi a giocare al piccolo rivoluzionario e pensare di intaccare processi ormai assodati. Tuttavia, le ricette più avanzate, anche sul versante delle Obamanomics, puntano su un keynesismo ecologico; dice Susan George: «Riconvertiamo tutta l’economia, come fecero gli americani durante la guerra, ma in senso verde».
Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso. Non porre mano a questo problema, significa solo razionalizzare l’esistente: far girare l’economia di mercato con qualche risparmio di energia e materia per unità di prodotto.
A fronte di risposte parziali, si guarda con interesse alle economie dal basso. Esse non sono esperienze nuovissime: ricordo le (ex) imprese municipali, i distretti industriali, il part-time agricolo e il bricolage domestico. Un’esperienza molto interessante sono state le cooperative di lavoro e di consumo, prima, e quelle sociali, dopo. Molte di queste sono diventate grandi imprese con un radicamento territoriale relativo. Si guarda ora con maggiore speranza alle reti di economia solidale, laddove piccole imprese, consumatori consapevoli e organismi non profit, solitamente appoggiati da qualche municipalità illuminata, creano circuiti virtuosi di beni e servizi.
L’obiettivo di queste esperienze è triplice: risparmiare soldi, far circolare beni ecocompatibili, promuovere rapporti di lavoro equi e solidali. Il dubbio che le circonda riguarda la scala territoriale: in America (sempre Susan George) si registra scetticismo sull’abbinamento piccolo e bello. I problemi sono tali da richiedere grandi organizzazioni che lavorano su grandi numeri. Forse qualche prodotto alimentare potrà mantenere un circuito locale, ma per il resto servono collegamenti lunghi e aree di azione vaste.
Se questo è vero, c’è poco da aspettare o dibattere: nelle economie dal basso bisogna selezionare e incoraggiare quelli che pensano in grande e sanno organizzare il lavoro altrui. Ad essi bisogna dare compiti precisi, a noi resta il dovere della vigilanza e la passione per il cambiamento.
Giorgio Osti*
* docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Trieste. È coordinatore dei soci di Banca Etica della provincia di Rovigo.
Pubblicato sul mensile Valori