Microcredito al bivio tra profitto e solidarietà
- intervento pubblicato su MF di venerdì 22 agosto 2008 -

Che la crisi dei subprime – ennesimo scacco per il mercato finanziario – potesse far convergere interesse verso la microfinanza non era prevedibile. Non è infatti così scontato che in essa si trovino ragioni sufficienti ad attirare operatori profit-oriented. Invece sembra proprio che stia succedendo se, al summit di Bali sulla microfinanza di qualche settimana fa’, abbiamo dovuto assistere al confronto tra fazioni opposte: da un lato, operatori attratti dal microcredito e dalla microfinanza ma decisamente orientati e ispirati ad un’ottica di mercato – grossi capitali di grossi investitori, guadagni interessanti – convinti che la sola forza dell’economia solidale non riuscirà a portare abbastanza capitale per servire il miliardo di persone che necessitano di servizi bancari primari. Il profitto, insomma chiave della sostenibilità. A dar voce all’altra fazione è invece il prof. Yunus in persona che ricorda come il microcredito non sia nato per far guadagnare chi ne gestisce l’erogazione – che deve invece accontentarsi di coprire le spese - ma per sollevare gente dalla miseria e liberarla dall’usura. “Il microcredito non è nato per renderci ricchi” dice. Che sia proprio Yunus a ricordarci la vera natura del microcredito fa bene, essendo egli riconosciuto – a merito e universalmente – come il pioniere di questa forma di finanziamento sociale.
Su queste pagine, giorni fa’, veniva ricordato da un articolo di Gianni Credit, un recente studio della Morgan Stanley su “L'ascesa della microfinanza come utile investimento alternativo”, secondo il quale “l'investimento in debito da microfinanza offrirebbe un profilo di rischio-rendimento molto attraente” ed incorporerebbe un valore aggiunto costituito dall’adozione di “una strategia socialmente responsabile, votata alla lotta alla povertà”.
Parole sacrosante e attese da tempo. Ma che fanno tremare il piccolo e fragile sistema sociale che ruota intorno al microcredito, fatto di professionalità e competenze specifiche, di meccanismi relazionali fondamentali, di strategie radicate nel locale. Impossibile improvvisare o far muovere tutto intorno ad un obiettivo diverso, cioè il business, rispetto a quello originario che è, come ricordato, combattere la povertà ungendo col credito i meccanismi microimprenditoriali di società non molto sviluppate o, ed è il caso di paesi come l’Italia, permettendo l’accesso al credito di fasce della popolazione con poche o nessuna garanzie per permettere loro di partecipare al grande gioco dell’economia, quale volano di sviluppo ed integrazione sociale.
E’ interessante, oltre che significativo, che importanti istituzioni del sistema finanziario si accorgano della solidità, della solvibilità e delle rilevanti dimensioni raggiunte dal sistema della microfinanza. Ma contenere l’analisi entro il confine restrittivo e individualista dell’attrattività sotto il profilo rischio/rendimento che il settore presenta, significa non cogliere in modo strutturale il (plus)valore del microcredito. E il contributo che esso può dare in un’epoca così tanto bisognosa di aperture economiche e sociali. Non è un caso che, come viene messo in evidenza nell’articolo, i soggetti che si occupano di microcredito siano, in gran parte, mutue e cooperative: organizzazioni le cui forme giuridiche favoriscono la partecipazione, la democrazia economica e danno maggior rilievo alla persona rispetto al capitale. Realtà accoglienti per la microfinanza che è strumento finanziario di cambiamento, che dà dignità alla persona, che la responsabilizza.
Ma la microfinanza, per profitto o meno, sta conoscendo un boom. Secondo la Deutsche Bank, i microprestiti ammontano a 25 miliardi di dollari nel 2007 – erano solo 4 miliardi nel 2001 – e ne servirebbero almeno altri 250. Molti gruppi che avevano avviato le attività da non profit si sono trasformati in profit, mentre una pletora di fondi d’investimento per microfinanza sono nati negli ultimi anni. Ci si aspetta una pioggia di miliardi in questo settore – nel quale sono entrati prepotentemente Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank e Morgan Stanley, tra gli altri – nel prossimo quinquennio.
Siamo sicuri che l’entrata in forze dei grossi colossi finanziari porti giovamento? E che capitali in cerca di nuove frontiere portino novità ed energia positiva? O forse, se l’esperienza insegna qualcosa, troveranno spazio di manovra (e di profitto) ma a danno della genuinità e della spontaneità delle iniziative che dal microcredito hanno tratto respiro. Insomma, è forte il rischio che il mercato del microcredito venga drogato dall’attività di grossi gruppi, pronti a spostare le risorse non appena verrà individuato un ambito più profittevole, con la conseguenza di lasciare quel settore compromesso e in difficoltà.
L’obiezione possibile è sempre la solita: senza fieno il cavallo non corre. Ma il fieno può provenire da coltivazioni diverse. Noi sosteniamo la necessità che i capitali siano resi disponibili ma ragionando su obiettivi di lungo periodo e assolutamente basati sul benessere collettivo.
Il microcredito non è per chi lo pratica, e non deve diventare per i nuovi soggetti promotori, un’attività residuale: esso infatti si alimenta anche della trasparenza del percorso del denaro, dalla raccolta al suo impiego, di cui diventa elemento distintivo e qualificante. Non avrebbe molto senso e ne verrebbe snaturata la mission se fosse inserito tra le attività dei grossi gruppi a pari dignità con paradisi fiscali, finanziamento di armi, investimenti nel mercato di derivati e simili…
Il microcredito, prassi che si inserisce lungo il solco della finanza etica e socialmente orientata, è sicuramente un modo diverso di fare finanza, e rappresenta un tassello di un modo diverso di intendere ed orientare lo sviluppo.
La nostra lunga esperienza nel microcredito è orientata all’estero a tessere una rete di relazioni con soggetti di microfinanza locali mentre in Italia segue due modelli - quello socio-assistenziale e quello a sostegno di attività microimprenditoriali – con cui sostiene forme di microeconomia locale o lotta alle nuove povertà. In situazioni d’emergenza il microcredito funziona come forma di razionalità economica e sostituisce la beneficenza che ha un minor, se non negativo, impatto sulla ripresa post urgenza. Nel 2005, dopo lo tsunami che aveva colpito il sud est asiatico, Banca Etica ebbe in gestione una parte dei fondi che la Protezione Civile aveva raccolto con gli sms: con essi fu creato un fondo a garanzia di progetti di microcredito per sostenere la ripresa dell’attività dei pescatori e la ricostruzione delle abitazioni. Mentre in Calabria, dopo l’alluvione del luglio 2006, con i fondi della Camera di Commercio, abbiamo alimentato un fondo per il microfinanziamento di piccole attività artigianali, importanti per favorire la ripresa della vita normale nella comunità locale. La nostra società di gestione del risparmio, Etica Sgr applica ai suoi investitori una sorta di Tobin Tax, chiedendo di destinare 1 euro ogni 1000 investiti per alimentare un fondo per il microcredito in Italia. Sono molti i progetti di microimprenditorialità ad oggi sostenuti grazie a questo meccanismo.
Insomma: il microcredito può essere uno strumento di autodeterminazione dei percorsi di sviluppo di una comunità nazionale e come tale merita attenzione finanziaria ma anche professionale. Deve attirare risorse gestite con un’ottica di sviluppo sociale equo, che vadano anche a compensare il credit crunch che tanto ha limitato lo sviluppo di quell’economia sociale che la microfinanza sta resuscitando. Il nostro auspicio – anzi è una richiesta - è che dopo l’interesse delle istituzioni finanziarie, si risvegli quello del legislatore, attraverso misure che la agevolino e la promuovano.
Mario Crosta
Direttore Generale di Banca Popolare Etica